I suoi scritti

In questa pagina abbiamo raccolto solo una piccola parte degli scritti di Leonardo, scritti conservati tra i suoi innumerevoli appunti oggi di dominio pubblico. Per capire il significato degli stessi, occorre immedesimarci nell’epoca Leonardesca e di immaginarci viventi nella sua epoca; in questo modo possiamo renderci conto di quanto fosse osservatore del suo tempo, attento dicitore e profeta.

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Gli scritti sono divisi in aforismi divertenti ma arguti, poi le fecezie, riflessioni sulla vita quotidiana del suo tempo, che da osservatore e narratore, ci racconta. Tutte riflessioni che possono essere confuse con i nostri giorni,ma…scritte 500 anni fa.Si

Aforismi

Ciò che non ha termine non ha figura alcuna.
Data la causa, la natura opera l’effetto nel più breve modo che operar si possa.

Ogni azione fatta dalla natura non si pò fare con più brieve modo co’ medesimi mezzi. Date le cause la natura partorisce li effetti per i più brievi modi che far si possa.

Sì come ogni regno in sé diviso è disfatto, così ogni ingegno diviso in diversi studi si confonde e indebolisce.

A ciascuno strumento si richiede esser fatto colla esperienza. Ciascuno strumento per sé debbe essere operato colla esperienza dond’esso è nato.

Perché si vede più certa la cosa l’occhio ne’ sogni che colla immaginazione stando desto.

Fuggi e precetti di quelli speculatori che le loro ragioni non son confermate dalla isperienzia.

… O studianti, studiate le matematiche, e non edificate sanza fondamenti.

Chi biasima la somma certezza delle matematiche si pasce di confusione, e mai porrà silenzio alle contradizioni delle sofistiche scienzie, colle quali s’impara uno eterno gridore.

Li abbreviatori delle opere fanno ingiuria alla cognizione e allo amore, con ciò sia che l’amore di qualunche cosa è figliol d’essa cognizione, e l’amore è tanto più fervente quanto la cognizione è più certa; la qual certezza nasce dalla cognizione integrale di tutte quelle parti, le quali, essendo insieme unite, compongano il tutto di quelle cose che debbono essere amate.

I’ ho tanti vocavoli nella mia lingua materna, ch’io m’ho più tosto da dolere del bene intendere delle cose, che del mancamento delle parole, colle quali io possa bene espriemere il concetto della mente mia.

Non mi legga chi non è matematico nelli mia principi.

La idea, over imaginativa, è e timone e briglia de’ sensi, in però che la cosa immaginata move il senso.

Chi disputa allegando l’autorità, non adopra lo ‘ngegno, ma più tosto la memoria.

La sperienzia, interprete in fra l’artifiziosa natura e la umana spezie, ne ‘nsegna ciò che essa natura in fra’ mortali adopra da necessità constretta, non altrimenti oprar si possa che la ragione, suo timone, oprare li ‘nsegni.

Nessuna azione naturale si po’ abreviare.

Ogni azion naturale è generata dalla natura nel più brieve modo che trovar si possa.

È da essere giudicati e non altrementi stimati li omini inventori e ‘nterpreti tra la natura e gli uomini, a comparazione de’ recitatori e trombetti delle altrui opere, quant’è dall’obbietto fori dello specchio alla similitudine d’esso obbietto apparente nello specchio, che l’uno per sé è qualcosa, e l’altro è niente. Gente poco obrigate alla natura, perché sono sol d’accidental vestiti, e sanza il quale potrei accompagnarli in fra li armenti delle bestie.

Molti mi crederanno ragionevol mente poter riprendere allegando le mie prove per essere contro all’alturità d’alquanti omini di gran riverenza apresso de’ loro inesperti iudizi, non considerando le mie cose essere nate sotto la semplice e mera sperienza, la quale è maestra vera.

Naturalmente li omini boni desiderano sapere. So che molti diranno questa essere opra inutile, e questi fieno quelli de’ quali Demetrio disse non faceva conto più del vento, il quale nella lor bocca causava le parole, che del vento ch’usciva dalle parte di sotto; uomini i quali hanno solamente desiderio di corporal ricchezze, diletto, e interamente privati di quello della sapienza, cibo e veramente sicura ricchezza dell’anima; perché quant’è più degna l’anima che ‘l corpo, tanto più degni fien le ricchezze dell’anima che del corpo. E spesso quando vedo alcun di questi pigliare essa opra in mano, dubito non si come scimia sel mettino al naso o che mi domandi’ se è cosa mangiativa

Nessuno effetto è in natura sanza ragione; intendi la ragione e non ti bisogna sperienza.

La esperienza non falla, ma sol fallano i nostri giudizi, promettendosi di lei cose che non sono in sua potestà.
A torto si lamentan gli omini della isperienza, la quale con somme rampogne quella accusano esser fallace. Ma lasciàno stare essa sperienza, e voltate tale lamentazione contro alla vostra ignoranzia, la quale vi fa transcorrere, co’ vostri vani e instolti desideri, a impromettervi di quelle cose che non sono in sua potenzia, dicendo quella esser fallace.
A torto si lamentano li omini della innocente esperienzia, quella accusando di fallacie e di bugiarde dimonstrazioni.

Chi si promette dalla sperienza quel che non è in lei si discosta dalla ragione.

La sapienza è figliola della sperienzia.

La necessità è maestra e tutrice della natura.
La necessità è tema e inventrice della natura, e freno e regola eterna.

Fuggi quello studio del quale la risultante opera more coll’operante d’essa.

O speculatori dello continuo moto, quanti vani disegni in simile cerca avete creati! Accompagnatevi colli cercatori dell’oro.

Medicina è ripareggiamento de’ disequalati elementi; Malattia è discordanza d’elementi fusi nel vitale corpo.

Muovesi l’amante per la cos’amata come il senso alla sensibile, e con seco s’unisce e fassi una cosa medesima. L’opera è la prima cosa che nasce dall’unione. Se la cosa amata è vile, l’amante si fa vile. Quando la cosa unita è conveniente al suo unitore, li seguita dilettazione e piacere e sadisfazione. Quando l’amante è giunto all’amato, lì si riposa. Quando il peso è posato, lì si riposa. La cosa cognosciuta col nostro intelletto.

Quattro sono le potenzie: memoria e intelletto, lascibili e concupiscibili. Le due prime son ragionevoli e l’altre sensuali.

De’ 5 sensi, vedere, uldir, odorato sono di poca proibizione, tatto e gusto no.

Scienzia: notizia delle cose che sono possibile presente e preterite. Prescenzia: notizia delle cose ch’è possivine che possin venire.

Ogni nostra cognizione prencipia da sentimenti.

I sensi sono terrestri, la ragione sta for di quelli quando contempla.

Il moto è causa d’ogni vita.

Natura non rompe sua legge.

La natura è costretta dalla ragione della sua legge, che in lei infusamente vive.

E questa sperienza si faccia più volte, acciò che qualche accidente non impedissi o falsassi tal prova, che le sperienzia fussi falsa, e ch’ella ingannassi o no il suo speculatore.

Chi nega la ragion delle cose, pubblica la sua ignoranza.

Come è più difficile a ‘ntendere l’opere di natura che un libro d’un poeta.

Aristotile e Alessandro furono precettori l’un de l’altro. Alessandro fu ricco di stato, il qual li fu mezzo a osurp[ar]e il mondo; Aristotile ebbe grande scienzia, la quale li furon mezzo a osurpasi tutto il rimanente delle scienzie composte dalla somma de’ filosofi.

La natura è piena d’infinite ragioni, che non furon mai in isperienzia.

D’ogni cosa la parte ritiene in sé la natura del tutto.

Voi, speculatori, non vi fidate delli autori che hanno sol co’ l’imaginazione voluto farsi interpreti fra la natura e l’omo, ma sol di quelli che, non coi cenni della natura, ma co’ gli effetti delle sue esperienzie hanno esercitato i loro ingegni. E riconoscere come l’esperienzie ingannano chi non conosce loro natura, perché quelle che spesse volte paiono una medesima, spesse volte son di grande varietà, come qui si dimostra.

La scienza è il capitano, e la pratica sono i soldati.

La proporzione non solamente nelli numeri e misure fia ritrovata, ma etiam nelli suoni, pesi, tempi e siti, e ‘n qualunque potenzia sia.

Quando tu metti insieme la Scienzia de’ moti dell’acqua, ricordati di mettere, di sotto a ciascuna proposizione, li sua giovamenti, a ciò che tale scienzia non sia inutile.

De l’error di quelli che usano la pratica senza scienzia, vedi prima la poetica d’Orazio.

Quelli che s’innamoran di pratica sanza scienzia son come ‘l nocchier ch’entra in navilio senza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada.

O speculatore delle cose, non ti laldare di conoscere le cose che ordinariamente per sé medesima la natura conduce. Ma rallegrati di conoscere il fine di quelle cose che son disegniate dalla mente tua.

Nessuna certezza è dove non si pò applicare una delle scienze matematiche, over che non sono unite con esse matematiche.

La Meccanica è il paradiso delle scienze matematiche, perché con quella si viene al frutto matematico.

Ma prima farò alcuna esperienza avanti ch’io più oltre proceda, perché mia intenzione è allegare prima l’esperienzia e poi colla ragione dimostrare perché tale esperienzia è costretta in tal modo ad operare. E questa è la vera regola come li speculatori delli effetti naturali hanno a procedere, e ancora che la natura cominci dalla ragione e termini nella sperienzia, a noi bisogna seguitare in contrario, cioè cominciando, come di sopra dissi, dalla sperienzia, e con quella investigare la ragione.

Nissuna umana investigazione si pò dimandare vera scienzia s’essa non passa per le matematiche dimostrazioni, e se tu dirai che le scienzie, che principiano e finiscono nella mente, abbiano verità, questo non si concede, ma si niega, per molte ragioni, e prima, che in tali discorsi mentali non accade esperienzia, sanza la quale nulla dà di sé certezza.

Studia prima la scienzia, e poi seguita la pratica nata da essa scienzia.

Nissuna cosa è che più c’inganni che ‘l nostro giudizio.

AFORISMI SUL COMPORTAMENTO UMANO

Chi tempo ha e tempo aspetta, perde l’amico e danari non ha mai.
Il giudizio nostro non giudica le cose fatte in varie distanzie di tempo nelle debite e propie lor distanzie, perché molte cose passate di molti anni parranno propinque e vicine al presente, e molte cose vicine parranno antiche, insieme coll’antichità della nostra gioventù, e così fa l’occhio infra le cose distanti, che per essere alluminate dal sole, paiano vicine all’occhio, e molte cose vicine paiano distanti.

La somma filicità sarà somma cagione della infelicità, e la perfezion della sapienza cagion della stoltizia.

Ogni parte ha inclinazion di ricongiugnersi al suo tutto per fuggire dalla sua imperfezione.
L’anima desidera stare col suo corpo, perché, sanza li strumenti organici di tal corpo, nulla può oprare né sentire.

O tempo, consumatore delle cose, e, o invidiosa antichità, tu distruggi tutte le cose, e consumate tutte le cose dai duri denti della vecchiezza, a poco a poco, con lenta morte. Elena, quando si specchiava, vedendo le vizze grinze del suo viso fatte per la vecchiezza, piagne, e pensa seco perché fu rapita du’ volte.

L’età che vola discorre nascostamente e inganna altrui, e niuna cosa è più veloce che gli anni, e chi semina virtù fama raccoglie.

Raro cade chi ben cammina.

Si come l’animosità è pericolo di vita, così la paura è la sicurtà di quella.

L’omo e gli animali sono propio transito e condotto di cibo, sepoltura d’animali, albergo de’ morti, facendo a sé vita dell’altrui morte, guaina di corruzione.

O dormiente. O che cosa è sonno? Il sonno ha similitudine con la morte. O perché non fai adunque tale opra, che dopo la morte tu abbi similitudine di perfetto vivo, che vivendo farsi col sonno simile ai tristi morti?

Dov’entra la Ventura, la ‘nvidia vi pone lo assedio e lo combatte, e dond’ella si parte vi lascia il dolore e il pentimento.

Molti ci gabbano.

A torto si lamentan li omini della fuga del tempo, incolpando quello di troppa velocità, non s’accorgendo quello essere di bastevole transito; ma bona memoria, di che la natura ci ha dotati, ci fa che ogni cosa lungamente passata ci pare esser presente.

Le minacce sol son arme dello imminacciato.

Ecci una cosa, che quanto più se n’ha di bisogno, più si refiuta; e questo è consiglio, mal volentieri ascoltato da chi ha più bisogno, cioè dagli ignoranti. Ecci una cosa che quanto più n’hai paura e più la fuggi, più te l’avvicini; e questo è la miseria , che quanto più la fuggi più ti fai misero e sanza riposo.

Alli ambiziosi, che non si contentano del benefizio della vita, né della bellezza del mondo, è dato per penitenzia che lor medesimi strazino essa vita, e che non possegghino la utilità e la bellezza del mondo.

L’ordinare è opra signorile, l’oprare è atto servile.

Acquista cosa nella tua gioventù che ristori il danno della tua vecchiezza. E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo la sapienza, adoprati in tal modo in gioventù, che a tal vecchiezza non manchi il nutrimento.

La pazienza fa contra alle ingiurie non altrementi che si faccino i panni contro del freddo; imperò che se ti multiplicherai di panni secondo la multiplicazione del freddo, esso freddo nocere non ti potrà; similmente alle grandi ingiurie cresci la pazienza, esse ingiurie offendere non ti potranno la tua mente.

Quando io crederò imparare a vivere, e io imparerò a morire.

Aristotile nel terzo dell’Etica: l’uomo è degno di lode e di vituperio solo in quelle cose che sono in sua potestà di fare e di non fare.

Quando Fortuna vin, prendila [a] man salva, dinanti dico, perché direto è calva..

Si come il ferro s’arrugginisce sanza esercizio, e l’acqua si putrefà o nel freddo s’addiaccia, così lo ‘ngegno sanza esercizio si guasta.

Mal fai se laldi, e pegio istu riprendi la cosa, quando bene tu no la ’ntendi.

Beata è quella possessione, che vist’è da l’occhio del padrone.

Amor ogni cosa vince.

Questo per isperienza è provato, che chi non si fida mai sarà ingannato.

Non mi sazio di servire.

Ostinato rigore. Destinato rigore.

No’ si volta chi a stella è fisso.

Ogni impedimento è distrutto dal rigore.

Chi vol essere ricco in un dì è impiccato in un anno.

Orazio: Iddio ci vende tutti li beni per prezzo di fatica.

Il foco è da esser messo per consumatore d’ogni sofistico e scopritore e dimostratore di verità, perché lui è luce, scacciatore delle tenebre occultatrici d’ogni essenzia.

La verità al fine non si cela; non val simulazione. Simulazion è frustrata avanti a tanto giudice.

L’omo ha desiderio d’intendere se la femmina è cedibile alla dimandata lussuria, e intendendo di sì e come ell’ha desiderio dell’omo, elli la richiede e mette in opera il suo desiderio, e intender nol pò se non confessa, e confessando fotte.

Salvatico è quel che si salva.

Da Cornelio Celso. Il sommo bene è la sapienza, il sommo male è il dolore del corpo. Imperochè essendo noi composti di due cose, cioè d’anima e di corpo, delle quali la prima è migliore, la peggiore è il corpo, la sapienzia è della miglior parte, il sommo male è della peggior parte e pessima. Ottima cosa è nell’animo la sapienza. Così è pessima cosa nel corpo il dolore. Adunque siccome il sommo male è ‘l corporal dolore, così la sapienza è dell’animo il sommo bene, cioè de l’om saggio, e niuna altra cosa è da a questa comparare.

La stoltizia è scudo della vergognia, come la improntitudine della povertà.

Sì come una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene usata dà lieto morire.

L’acqua che tocchi de’ fiumi è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente.

La vita bene spesa lunga è.

Lo corpo nostro è sottoposto al cielo, e lo cielo è sottoposto allo spirito.

Discernere, giudicare, consigliare sono atti umani.

Un vaso rotto crudo si può riformare, ma il cotto no.

Molte volte una medesima cosa è tirata da due violenzie, cioè necessità e potenzia: l’acqua piove, la terra la sorbisce per necessità d’omore, el sole l’asciuga non per necessità ma per potenzia.

L’anima mai si può corrompe[re] nella curuzzion del corpo, ma sta nel corpo a similitudine del vento ch’è causa del sono de l’organo, che guastandosi una cana no’ resultava per quella, del vento buono effetto.

E questo omo ha una somma pazzia, cioè che sempre stenta per non istentare, e la vita se li fugge sotto speranza di godere i beni con somma fatica acquistati.

La natura pare qui in molti o di molti animali stata più presto crudele matrigna che madre, e d’alcuni non matrigna, ma piatosa madre.

Io t’ubbidisco, Signore, prima per l’amore che ragionevolmente portare ti debbo, secondaria ché tu sai abbreviare o prolungare le vite a li omini.

Ecco alcuni che non altramente che transito di cibo, e aumentatori di sterco e riempitori di destri chiamarsi debono, perché per loro non altro nel mondo apare, alcuna virtù in opera si mette, perché di loro altro che pieni destri non resta.

Tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro.

Tanto è a dire ben d’un tristo, quanto a dire mal d’un bono.

La memoria dei beni fatti, appresso l’ingratitudine, è fragile.

Reprendi l’amico tuo in segreto e laldalo in paleso.

Non esser bugiardo del preterito.

Chi teme i pericoli non perisce per quegli.

Lussuria è causa della generazione.

Gola è mantenimento della vita.

Paura over timore è prolungamento di vita.

Dolor è salvamento dello strumento.

Ogni danno lascia dispiacere nella ricordazione, salvo che ‘l sommo danno, cioè la morte che uccide essa ricordazione insieme colla vita.

Nessuna cosa è da temere quanto la sozza fama. Questa sozza fama è nata da’ vizi.

Il voto nasce quando la speranza more.

La ‘nvidia offendo con la finta infamia, cioè col detrarre, la qual cosa spaventa la vertù.

La fama vola e si leva al cielo, perché le cose vertudiose sono amiche a Dio.

La infamia sottosopra figurare si debbe, perché tutte le sue operazioni sono contrarie a Dio e inverso l’ìnferi si dirizzano.

Facciàno nostra vita coll’altrui morte.

Ogni cosa per distirpare il tristo.

Ogni torto si dirizza.

Cogli la gremigna perchè le bon’erbe crescino.

Tal fia il getto qual fia la stampa.

Di lieve cosa nascesi gran ruina.

Costanzia: non chi comincia, ma quel che persevera.

Al cimento si conosce il vero oro.

L’acqua che trabocca sopra i sua ripari, quegli discalza e ruina dalla opposita parte.

Dimanda consiglio a chi ben si corregge.

Giustizia vol potenzia, intelligenzia e volontà, e si assomiglia a’re delle ave .

Chi non punisce il male, comanda che si facci.

Chi piglia la biscia per la coda, quella poi lo morde.

Chi cava la fossa, questa gli ruina addosso.

Chi scalza il muro, quello gli cade addosso.

Chi taglia la pianta, quella si vendica con la sua ruina.

Al traditore la morte è vita, perché se usa lialtà non gli è creduta.

Non si po’ aver ragione né minor signoria che quella di se medesimo.

Più facilmente si contasta al principio che alla fine.

Nessun consiglio è più leale che quello che si dà dalle navi che sono in pericolo.

Aspetti danno quel che si regge per giovane in consiglio.

Chi poco pensa molto erra.

Chi non raffrena la volontà colle bestie s’accompagni.

Chi non stima la vita, non la merita.

Sicome il mangiare sanza voglia fia dannoso alla salute, così lo studio sanza desiderio guasta la memoria, e no’ ritiene cosa ch’ella pigli.

Non si dimanda ricchezza quella che si può perdere. La virtù è vero nostro bene ed è vero premio del suo possessore: lei non si può perdere, lei non ci abbandona, se prima la vita non ci lascia. Le robe e le esterne devizie sempre le tieni con timore, ispesso lasciano con iscorno e sbeffato il loro possessore, perdendo lor possessione.

Tal’è ‘l mal che non mi noce, quale il bene che non mi giova: li giunchi che ritengono le pagliucole che l’anniegano.

Chi altri offende, sé non sicura.

La verità sola fu figliola del tempo.

La paura nasce più tosto che altra cosa.

L’uomo ha grande discorso del quale la più parte è vano e falso, li animali l’hanno piccolo ma è utile e vero; e meglio è la piccola certezza che la gran bugia.

Sempre le parole che non saddisfanno all’orecchio dello alditore li danno tedio over rincrescimento; e l’segno di ciò vedrai spesse volte tali ulditori essere copiosi di sbavigli. Adunque tu che parli dinanti a omini di cui tu cerchi benivolenzia, quando tu vedi tali prodigi di rincrescimento, abrevia il tuo parlare o tu muta ragionamento; e se tu altrementi farai, allora i’ loco della desiderata grazia, tu acquisterai odio e nimicizia.
E se vòi vedere di quel che un si diletta, senza udirlo parlare, parla con lui mutando diversi ragionamenti; e quel dove tu lo vedi stare intento, sanza sbavigliamenti o storcimenti di ciglia o altre varie azione, sia certo che quella cosa di che si parla è quella di che lui si diletta, ecc.

Per lo spino, insiditoli sopra boni frutti, significa quello che per sé non era disposto a virtù, ma mediante l’aiuto del precettore dà di sé utilissime virtù.

Non si debba desiderare lo impossibile.

Facezie quotidiane che Leonardo raccoglieva

 

[Il vecchio e il giovane]
Dispregiando uno vecchio pubblicamente un giovane, mostrando aldacemente non temer quello, onde il giovane li rispuose che la sua lunga età li faceva migliore scudo che la lingua o la forza.

[L’artigiano e il signore]
Uno artigiano andando spesso a vicitare un signore, sanza altro proposito dimandare, al quale il signore domandò quello che andava facendo. Questo disse che venia lì per avere de’ piaceri che lui aver non potea; perocchè lui volentieri vedeva omini più potenti di lui, come fanno i popolari, ma che ‘l signore non potea vedere se non omini di men possa di lui: e per questo i signori mancavano d’esso piacere.

[L’uomo con la spada]
Uno vede una grande spada allato a un altro e dice:” O poverello! Ell’è gran tempo ch’io t’ho veduto legato a questa arme: perché non ti disleghi, avendo le mani disciolte e possiedi libertà?”
Al quale costui rispose:” Questa è una cosa non tua, anzi è vecchia.” Questo, sentendosi mordere, rispuose:” Io ti conosco sapere sì poche cose in questo mondo, ch’io credevo che ogni divulgata cosa a te fussi per nova.

[Due viandanti nella notte]
Due camminando di notte per dubbiosa via, quello dinanzi fece gran strepido col culo; e disse l’altro compagno: “ Or veggo io ch’i son da te amato”. “Come?” disse l’altro. Quel rispose;” Tu mi porgi la correggia perch’io non caggia, né mi perda da te”.

[Il gioco delle brache]
Uno disputandosi e vantandosi di sapere fare molti vari e belli giochi, un altro de’ circustanti disse:” Io so fare uno gioco il quale farà trarre le brache a chi a me parirà”. Il primo vantatore, trovandosi sanza brache: “Che no”, disse, “che a me non le farai trarre! E vadano un paro di calze”. Il proponitore d’esso gioco, accettato lo ‘nvito, impromutò più para di brache e trassele nel volto al mettitore delle calze. E vinse il pegno.

[Gli occhi dallo strano colore]
Uno disse a un suo conoscente: “Tu hai tutti li occhi trasmutati in istrano colore”. Quello li rispose intervenirli spesso. “Ma tu non ci hai posto cura? E quando t’addivien questo?” Rispose l’altro: “Ogni volta ch’e mia occhi veggono il tuo viso strano, per violenza ricevuta da sì gran dispiacere, subito e’ s’impallidiscano e mutano in istran colore”.

[La stessa]
Uno disse a un altro: “Tu hai tutti li occhi mutati in istran colore”. Quello li rispose: “Egli è perché i mia occhi veggono il tuo viso strano”.

[Il paese in cui nascevano le cose più strane]
Uno disse che in suo paese nasceva le più strane cose del mondo. L’altro rispose: “Tu che vi se’ nato, confermi ciò esser vero, per la stranezza della tua brutta presenza”.

[La lavandaia e il prete]
Una lavava i panni e pel freddo aveva i piedi molto rossi, e, passandole appresso, uno prete domandò con ammirazione donde tale rossezza dirivassi; al quale la femmina subito rispuose che tale effetto accadeva, perché ella aveva sotto il foco. Allora il prete mise mano a quello membro, che lo fece essere più prete che monaca, e, a quella accostatosi, con dolce e sommessiva voce pregò quella che ‘n cortesia li dovessi un poco accendere quella candela.

[Il prete e il pittore]
Andando un prete per la sua parrocchia il sabato santo, dando, com’è usanza, l’acqua benedetta per le case, capitò nella stanza d’un pittore, dove spargendo essa acqua sopra alcuna sua pittura, esso pittore, voltosi indirieto alquanto scrucciato , disse, perché facessi tale spargimento sopra le sue pitture.
Allora il prete disse essere così usanza, e ch’ era suo debito il fare così e che faceva bene, e chi fa bene debbe aspettare bene e meglio, che così promettea Dio, e che d’ogni bene, che si faceva in terra, se n’arebbe di sopra per ogni un cento. Allora il pittore, aspettato ch’elli uscissi fori, se li fece di sopra alla finestra, e gittò un gran secchione d’acqua addosso a esso prete, dicendo: “Ecco che di sopra ti viene per ogni un cento, come tu dicesti che accaderebbe nel bene, che mi facevi colla tua acqua santa, colla quale m’hai guasto mezze le mie pittura”.

[Un frate e il mercante]
Usano i frati minori, a certi tempi, alcune loro quaresime, nelle quali essi non mangiano carne ne’ lor conventi; ma in viaggio, perché essi vivano di limosine, hanno licenzia di mangiare ciò che è posto loro innanzi. Onde, abbattendosi in detti viaggi una coppia d’essi frati a un’osteria in compagnia d’un certo me[r]cantuolo, il quale, essendo a una medesima mensa, alla quale non fu portato, per la povertà dell’ostieri, altro che un pollastro cotto, onde esso mercantuolo, vedendo questo essere poco per lui, si volse a essi frati, e disse: “Se io ho ben di ricordo, voi non mangiate in tali dì ne’ vostri conventi d’alcuna maniera di carne”. Alle quali parole i frati furono costretti, per la loro regola, sanza alt[r]e gavillazioni, a dire ciò essere la verità: onde il mercantetto ebbe il suo desiderio; e così si mangiò essa pollastra, e i frati feciono il meglio poterono.
Ora, dopo tale desinare, questi commensari si partirono tutti e tre di compagnia; e dopo alquanto di viaggio, trovati un fiume di bona larghezza e profondità, essendo tutti tre a piedi – i frati per povertà e l’altro per avarizia -, fu necessario, per l’uso della compagnia, che uno dei frati, essendo discalzi, passassi sopra i suoi omeri esso mercantuolo: on[de] datoli il frate a serbo i zoccoli, si caricò di tale omo.
Onde accadde che, trovandosi esso frate in mezzo del fiume, esso ancora si ricordò de la sua regola; e fermatosi, a uso di San Cristofano, alzò la testa inverso quello che l’aggravava, e disse: “Dimmi un poco, hai tu nessun dinari addosso?”.“Ben sai”, rispose questo,” come credete voi che la mia pari mercatante andassi altrementi attorno?” “Oimè!”, disse il frate, “la nostra regola vieta che noi non possiano portare danari addosso.” E subito lo gettò nell’acqua. La qual cosa, conosciuta dal mercatante facetamente la già fatta ingiuria essere vendicata, con piacevole riso, pacificamente, mezzo arrossito per vergogna, la vendetta sopportò.

[L’amico e il maldicente]
Uno lasciò lo usare con uno suo amico, perché quello spesso li diceva male delli amici sua. Il quale lasciato l’amico, un dì, dolendosi collo amico, e dopo il molto dolersi, lo pregò che gli dicesse quale fusse la cagione che lo avessi fatto dimenticare tanta amicizia. Al quale esso rispose: “Io non voglio più usare con teco perch’io ti voglio bene e non voglio che, dicendo tu male ad altri di me tuo amico, che altri abbiano a fare, come me, a fare trista impressione di te, dicendo tu a quelli male di me tuo amico; onde non usando noi più insieme, parrà che noi siamo fatti nimici e per il dire tu male di me, com’è tua usanza, non sarai tanto da essere biasimato, come se noi usassimo insieme”.

[La putta e il prete]
Una putta mostrò il cuno d’una capra ‘n cambio del suo a un prete, e prese un grosso, e così lo beffò.

[La donna e il “triste passo”]
La femmina nel passare uno tristo e fangoso, tre verità. Ella nell’alzarsi colle mani i panni dirieto e dinnanzi si tocca la potta e l’culo e dice: “Questo è uno triste passo!”

[Il seguace di Pitagora]
Uno volendo provare colla alturità di Pitagora come altre volte lui era stato al mondo, e uno non li lasciava finire il suo ragionamento, allo costui disse a questo tale: “E per tale segnale che io altre volte ci fussi stato, io mi ricordo che tu eri mulinaro”. Allora costui, sentendosi mordere colle parole, gli confermò essere vero, che per questo contrassegno lui si ricordava che questo tale era stato l’asino, che li portava la farina.

[Un pittore dai brutti figli]
Fu dimandato un pittore, perché facendo lui le figure sì belle, che eran cose morte, per che causa avessi fatto i figlioli sì brutti. Allora il pittore rispose che le pitture le fece di dì e i figlioli di notte.

[Il viaggiatore e la gabella]
Uno andando a Modana ebbe a pagare cinque soldi di gabella della sua persona. Alla qual cosa, cominciato a fare gran cramore e ammirazione, attrasse a sé molti circunstanti, i quali domandando donde veniva tanta maraviglia, ai quali Maso rispose: “O non mi debbo io maravigliare con ciò sia che tutto un omo non paghi altro che cinque soldi, e a Firenze io, solo a metter dentro el cazzo, ebbi a pagare dieci ducati d’oro, e qui metto el cazzo e coglioni e tutto il resto per sì piccol dazio? Dio salvi e mantenga tal città e chi la governa!”

[Il malato e la madonna Bona]
Sendo uno infermo in articulo di morte, esso sentì battere la porta e domandato uno de’ sua servi chi era che batteva l’uscio, esso servo rispose essere una che si chiamava Madonna Bona. Allora l’infermo, alzato le braccia al cielo, ringraziò Dio con alta voce, poi disse ai servi che lasciassino venire presto questa, acciò che potessi vedere una donna bona innanzi che esso morissi, imperocchè in sua vita ma’ ne vide nessuna.

[Il dormiglione]
Fu detto a uno che si levasse dal letto, perché già era levato il sole, e lui rispose: “Se io avessi a fare tanto viaggio e faccende quanto lui, ancora io sarei già levato, e però, avendo a fare sì poco cammino, ancora no mi vo’ levare”.

[L’arciprete e lo sparviero]
Facezia dell’arciprete di Sancta Maria del Monte, che sta a Varese, che fu mandato legato al Duca ‘n iscambio d’uno sparviere.

[L’illegittimo]
Uno rimproverò a uno omo da bene che non era legittimo. Al quale esso rispose esser legittimo nelli ordini della spezie umana e nella legge di natura, ma che lui nell’una era bastardo, perch’egli aveva più costumi di bestia che d’omo, e nella legge delli omini non avea certezza d’esser ligittimo.

[Il ladro e il merciaio]
Sapiendo un ladro che ‘n suo cognoscente merciaio avea assai danari ‘n una cassa in sua bottega, fece pensiero di rubarliele, e di mezzanotte, entrato in bottega d’esso merciaio, cominciato a dare ordine alla sua intenzione, fu sopraggiunto, la bottega dischiavata dal gran catenaccio. E con grande spavento, posto li occhi alle fessure donde spirava il lume del ladro, subito serrò di fori il catenaccio; e serrato il ladro in bottega, corse per la famiglia del rettore. Allora il ladro, trovandosi dentro serrato, ricorse a un subito scampo della salute sua, e, accesi due candelieri del merciaio e cavato fori un paio di carte da giucare, parte ne gittò per terra, dov’era tristo giuoco, e altrettante ne serbò in mano con gioco bono, e così aspettò la famiglia del rettore. La quale subito che giunse col cavalieri, costui ch’era in bottega, sentendo dischiavare l’uscio, gridò: “Alla fede di Dio, tu m’hai serrato qui per non mi pagare li danari che io t’ho vinti. E io ti giuro che tu mi farà ‘l dovere. E non si vole giuocare, chi non vuol perdere. Tu m’hai fatto mezzo giucar per forza e poi, quando perdi, ti fuggi for di bottega co’ tua danari e co’ mia, e mi serri dentro, perché io non ti corra dirieto”. E così detto, li cacciò la mano alla scarsella per ispiccarliela dal lato. Allora il cavalieri, parendoli esser stato giuntato, fece che ‘l merciaio li diede i danari che colui dimandava ch’eran sua.

[Il povero e il signore]
Uno povero omo fece intendere a uno usceri d’un gran signore come e’ dovessi dire al suo signore, che quivi era venuto un suo fratello, il quale avea gran bisogno di parlarli. Il quale usceri, avendo riferita tale imbasciata, ebbe comessione di dare l’entrata a tale fratello. Il quale giunto al cospetto del signore, li mostrò come, essendo tutti discesi dal gran padre Adam, ch’elli era suo fratello, e che la roba era mal divisa, e che lo pregava che cacciassi da lui tale povertà, perché a gran pena potea vivere di limosine. Allora il signori rispose ch’elli era ben lecito tale richiesta e domandò il tesorieri e feceli donare un soldo. Allora il povero ebbe grande ammirazione e disse che quel non si richiedea a tal fratello. Allora il signore disse ch’egli avea tanti simili fratelli, che a dar tanto per ciascuno, che non li rimanea niente a lui, e che tal soldo era bastante a tal divisione di roba. E così con lecita licenzia lo divise da tal redità.

[Il tavolaccio e la lancia]
Uno, vedendo una femmina parata a tener tavola in giostra, guardò il tavolaccio e gridò, vedendo la sua lancia: “Oimè, quest’è troppo picciol lavorante a sì gran bottega!”

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