le opere

1452
Leonardo nasce il 15 Aprile ad Anchiano di Vinci, non lontano da Firenze. È figlio naturale di un notaio, Ser Piero.

1460
Si trasferisce a Firenze con la matrigna e il padre, che lo vuole avviare agli studi per fargli intraprendere la carriera di notaio, cosa che Leonardo detesta sin da subito, preferendo l’arte e il disegno.

1464-1469
Entra in una delle botteghe artistiche più in vista della città, quella di Andrea del Verrocchio: il giovane inizia così il suo apprendistato e familiarizza gradualmente con tutti i segreti della bottega, in cui conosce tra gli altri Sandro Botticelli, Domenico Ghirlandaio, Pietro Perugino e Lorenzo di Credi.

1472
Il suo nome è registrato nell’elenco della confraternita dei pittori, la Compagnia di San Luca: è quindi già un maestro indipendente. Frequenta accademie, botteghe e la famiglia Medici, presso la quale conosce molti intellettuali, tra cui il filosofo Marsilio Ficino.

1475 Verrocchio assegna a Leonardo l’incarico di completare la pala d’altare rappresentante il Battesimo di Cristo. A questo si affiancano altre collaborazioni col maestro che non impediscono a Leonardo di continuare a disegnare e prendere appunti con la sua inconfondibile scrittura a rovescio.

1482 È l’anno del probabile trasferimento a Milano, forse su consiglio di Lorenzo de’ Medici. Si presenta alla corte di Ludovico il Moro con una lettera in cui espone le sue abilità, soprattutto di ingegnere militare, ma anche di architetto, scultore, pittore e persino musicista. A corte si occupa anche dell’organizzazione delle feste.

1483 Stipula un contratto insieme ai fratelli Evangelista e Giovan Ambrogio de’ Predis per realizzare la pala d’altare per la Confraternita dell’Immacolata Concezione nella chiesa di San Francesco Grande: il pannello centrale sarà la Vergine delle Rocce, mirabile fusione tra ricerca artistica e osservazione della natura.

1488 Per Ludovico il Moro inizia anche gli studi per un grande monumento equestre in onore di Francesco Sforza, per il quale affronta numerosi problemi tecnici di fusione.

Fra il 1487 e il 1490, in qualità di ingegnere ducale, riceve dei pagamenti per il suo parere per risolvere i problemi statici nella costruzione del tiburio del Duomo
1487-90 In qualità di ingegnere ducale, riceve dei pagamenti per il suo parere per risolvere i problemi statici nella costruzione del tiburio del Duomo. La sua soluzione sarà scartata a favore del progetto di Giovanni Antonio Amadeo e Giovanni Dolcebuono.

1490 Ha modo di soggiornare nelle città di Vigevano e Pavia dove incontra l’ingegnere senese Francesco di Giorgio Martini. Descrive le opere di irrigazione del Vigevanasco e progetta la Sforzesca, una cascina modello per il Duca.

1495-1498 Lavora a uno dei suoi più celebri lavori: l’Ultima Cena, nel refettorio del monastero domenicano di Santa Maria delle Grazie.

1499 A causa della caduta della signoria sforzesca per mano dei francesi, abbandona Milano, lasciando incompiuta l’impresa della fusione del cavallo di bronzo: il suo modello in terracotta rimane nel cortile del Castello. Nel suo viaggio si trattiene a Mantova e a Venezia.

1500 ritorna a Firenze, dove è protagonista di un grande evento, la pubblica esposizione del suo cartone con la Sant’Anna presso la chiesa dell’Annunziata.

1502 Entra al servizio di Cesare Borgia come ingegnere militare, spostandosi frequentemente dalla Toscana alla Romagna e alle Marche tra le città di Piombino, Siena, Urbino, Imola, Senigallia e Cesena, dove progetta un canale navigale per Porto Cesenatico.

1503 È di nuovo a Firenze, dove è impegnato insieme al giovane Michelangelo nella decorazione del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio: per l’occasione lavora alla pittura murale rappresentante la battaglia di Anghiari, mai terminata.

1503-04  Inizia probabilmente a lavorare a due delle sue opere più famose: la Gioconda, ritratto che rimane nello studio di Leonardo fino alla morte, e la perduta Leda, omaggio alla forza generatrice della natura di cui appronta numerosi disegni preparatori.

1506-1515 Si trasferisce nuovamente a Milano su invito di Charles d’Amboise, nuovo governatore della città ,e del re Luigi XII di Francia. Per i successivi due anni divide il suo tempo tra Milano e Firenze.

1508-13 Visita spesso i corsi dell’Adda; inizia numerosi progetti di canalizzazione e si interroga sempre più sulle forze che animano e governano la natura, in particolare l’acqua, in cui egli riconosce una delle forze generatrici della vita. Lascia definitivamente Milano. Invitato a Roma da Giuliano de Medici, continua i suoi studi di geometria e di ingegneria idraulica, progettando la bonifica delle paludi Pontine e disegnando il porto di Civitavecchia.

1515 Ha modo di vedere la volta della Cappella Sistina appena terminata da Michelangelo. A Bologna, dove si reca per un’ambasceria a seguito di Giuliano de Medici e papa Leone X, conosce il re di Francia Francesco I, che lo invita a trasferirsi in Francia e lavorare per lui.

1516 Diviene primo pittore, ingegnere e architetto del Re e si trasferisce insieme ad alcuni suoi allievi, tra cui Francesco Melzi, nel castello di Cloux presso Amboise. Si occupa nuovamente di ingegneria idraulica e abbozza i progetti per una residenza reale a Romarantin.

1519 Muore il 2 maggio a Cloux e per sua volontà viene seppellito nel chiostro della chiesa di Saint Florentin ad Amboise. Nel suo testamento, steso il 23 aprile, lascia in eredità i suoi manoscritti, disegni e strumenti al suo discepolo favorito, Francesco Melzi.

Attraverso i suoi disegni Leonardo da Vinci realizza quella sperimentazione di forme e soluzioni compositive che accomuna i diversi ambiti della sua attività artistica: pittura, scultura, architettura. Il disegno diventa anche uno strumento attraverso il quale condurre e registrare, nelle sue carte, le indagini scientifiche rivolte ai campi più disparati del sapere, una pratica dunque in cui l’intento della rappresentazione è inscindibile dal processo della conoscenza e riflette ricerche, esperienze, invenzioni, riflessioni, seguendo i processi creativi e conoscitivi della sua mente.

Il corpus dei disegni di Leonardo che ci è stato tramandato attraverso la raccolta tavole, taccuini e quaderni di appunti da lui compilati durante tutta la vita, rappresentano una testimonianza di quest’uomo straordinario. Leonardo fu un disegnatore instancabile: non furono molti i dipinti che completò, mai soddisfatto del proprio lavoro, ma i disegni e gli schizzi sono giunti a noi in numero consistente. Sotto l’enigmatico sguardo della Gioconda si potrebbe celare un segreto sfuggito per secoli agli esperti e persino all’«occhio» delle macchine più sofisticate. Ci sarebbe un altro dipinto, con un’altra donna, eseguito da Leonardo da Vinci prima del celebre ritratto esposto al Louvre: a sostenerlo – dando alimento all’ennesima tesi sul mistero di Monna Lisa – è Pascal Cotte, studioso francese che dice d’aver analizzato il quadro per 10 anni con nuove tecnologie. Cotte, protagonista di un nuovo documentario della Bbc, aggiunge che anche che l’identificazione della Gioconda con Lisa Gherardini è sbagliata e che il nome dell’opera andrebbe dunque cambiato.

Le sue rivelazioni potrebbero produrre uno shock nel mondo dell’arte, che però al momento ha reagito in modo piuttosto cauto alla presunta scoperta, dato che negli anni altri autori avevano avanzato ipotesi sul dipinto rivelatesi in alcuni casi infondate. Ma Cotte è sicuro del fatto suo e in particolare della validità di una tecnica che ha usato per analizzare il quadro, chiamata Layer Amplification Method (LAM).

«Funziona proiettando un fascio di luci intense sulla tela», ha spiegato lo studioso, che poi coi suoi collaboratori ha scattato foto ad alta risoluzione e le ha passate al setaccio. «In questo modo possiamo analizzare cosa esattamente c’è tra gli strati del dipinto, lo possiamo sbucciare come fosse una cipolla», ha aggiunto il ricercatore, fondatore nella capitale francese del centro di ricerca Lumiere Technology che ha già analizzato con lo stesso metodo altri capolavori di Leonardo.

Dietro la Gioconda ci sarebbe in effetti un’altra figura seduta. Non solo, secondo Cotte l’immagine intravista sotto la superficie ritrae un’altra donna, non Lisa Gherardini, moglie di un commerciante di seta fiorentino, Francesco del Giocondo. Secondo la versione più accreditata, invece, quella del grande pittore e storico dell’arte Giorgio Vasari, sarebbe stato quest’ultimo a commissionare il ritratto al maestro italiano: da qui il nome di Gioconda. E sarebbe dunque Lisa la protagonista del ritratto.

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La teoria di Cotte è accolta del resto da pareri discordanti. Il Louvre, nonostante gli abbia concesso nel 2004 la possibilità di studiare il dipinto, non si scompone e fa sapere che Cotte «non fa parte del team scientifico» del museo.

I critici di maggior fama accademica appaiono a loro volta divisi e non mancano gli scettici, come Martin Kemp, professore di storia dell’arte ad Oxford. «Non penso che ci siano diversi strati che rappresentano diversi ritratti. Lo vedo piuttosto come un continuo processo di evoluzione e sono assolutamente convinto che la Monna Lisa sia Lisa», taglia corto.

Di tutt’altro avviso Andrew Graham-Dixon, volto noto della critica anche in tv e autore del documentario della Bbc, che parla di «straordinarie rivelazioni». «Non ho dubbi che questa sia una delle storie del secolo», aggiunge, dichiarandosi convinto che «dopo qualche riluttanza» il Louvre sarà alla fine costretto a cambiare il titolo del dipinto. Monna Lisa addio?

si ringrazia “La Stampa”.

Il sorriso, lo stesso che aleggia anche sulle labbra della Dama con l’ermellino, di sant’Anna, del Battista, è il vero protagonista del dipinto. Grazie a questo sorriso ineffabile, l’umore di Monna Lisa sembra mutare continuamente: una volta appare beffarda, un’altra malinconica, un’altra ancora chiusa nel suo mistero. Non siamo mai sicuri dello stato d’animo con cui la signora ci guarda. Leonardo riuscì a ottenere questo effetto inventando la tecnica dello sfumato, che gli permetteva di lasciare alcune parti indefinite. Qui ha lasciato evanescenti gli angoli della bocca e gli angoli degli occhi, i punti dove si cela l’espressione di un volto.
I contorni del viso non sono delineati in maniera rigida, ma lasciando un po’ vaga la forma, come se svanisse nell’ombra. Questo rende viva la figura: è immobile, ma pronta a muoversi e a respirare.
La sensazione di movimento è data anche dall’asimmetria delle due metà del quadro. A destra l’orizzonte è più basso che a sinistra, perciò da questa parte la donna sembra più alta ed eretta. Anche nel volto i due lati non si accordano.
La luminosità quasi iridescente della pelle è resa dagli strati di biacca sotto le velature sottilissime di colore.
Non si sa quando Monna Lisa ha perso le sopracciglia: forse in qualche restauro antico, come sembra di capire da un resoconto di Cassiano dal Pozzo del 1625.
9 cose che (forse) non sai sulla Gioconda di Leonardo da Vinci

Il dipinto non è su tela, come molti credono, ma su tavola di pioppo tenero, nonostante Leonardo raccomandasse di usare legno di noce insieme con l’«arcipresso o pero o sorbo». Gli altri suoi quadri sono quasi tutti su noce.
Il craquelé regolare della pittura deriva dalla crettatura del fine strato di gesso duro con cui Leonardo aveva preparato la tavola. Sopra il gesso aveva poi steso un colore di base: blu sotto la parte superiore del paesaggio, rosso sotto la parte inferiore.
Inventore della prospettiva aerea, Leonardo dipinse paesaggi che danno l’impressione di essere visti o immaginati dal cielo. Nel 1500 si mise a studiare il volo degli uccelli per progettare un aliante che lo portasse sempre più in alto, al di sopra delle nuvole «acciò che l’alia non si bagni e per iscoprire più paesi».
Il ponte romanico, ancora perfettamente funzionante, sarebbe quello di Buriano, nel Valdarno vicino ad Arezzo.

i codici Leonardeschi

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Di tutta la produzione di Leonardo ci restano ancora, fortunatamente, oltre cinquemila pagine di appunti, redatti con la sua inconfondibile scrittura speculare, orientata da destra a sinistra.

Questa enorme massa di scritti, sicuramente la più consistente del periodo rinascimentale, ha subito, dopo la morte di Leonardo, molte vicissitudini. Infatti l’aspetto e la suddivisione attuale dei manoscritti non sono sicuramente quelli originali, quando il maestro era in vita o ancora quando passarono al suo fedele discepolo Francesco Melzi. Furono proprio gli eredi del Melzi, dopo la sua morte nel 1570, a dare inizio alla dispersione di quell’immenso materiale; addirittura, non avendone compreso l’importanza, inizialmente lasciarono gli scritti in un sottotetto per poi regalarli o cederli a poco prezzo ad amici o collezionisti.

Napoleone li fa trafugare al suo arrivo a Milano. Nel 1851 solo una parte di essi tornano a Milano; altri restano a Parigi, e altri ancora in Spagna.
Grandi responsabilità del rimescolamento delle carte ha lo scultore seicentesco Pompeo Leoni, che con l’intenzione di separare i disegni artistici da quelli tecnologici e di unificare le pagine scientifiche, smembra parte dei manoscritti originali, tagliando e spostando le pagine così da formare due grandi raccolte: il Codice Atlantico e la Raccolta di Windsor, che conta circa seicento disegni. Proseguendo con lo stesso sistema Leoni compone almeno altri quattro fascicoli.

Dal 1637 al 1796 parte dei manoscritti è ospitata nella Biblioteca Ambrosiana, da cui però Napoleone li fa trafugare al suo arrivo a Milano. Nel 1851 solo una parte di essi tornano a Milano; altri restano a Parigi, e altri ancora in Spagna, dove alcuni verranno ritrovati solo nel 1966. Ecco il perchè della grande dispersione degli scritti di Leonardo, oggi divisi in ben dieci codici diversi:

Codice Arundel
Si trova a Londra presso la British Library.
Il Codice Arundel è una raccolta rilegata in marocchino di 283 carte di diverso formato, fogli provenienti da manoscritti smembrati e incollati su fogli di supporto (28×18 cm). Vi appaiono trattati argomenti vari: studi di fisica e meccanica, studi di ottica e di geometria euclidea, studi di pesi, studi di architettura; questi ultimi comprendono i lavori per la residenza reale di Francesco I a Ramorantin (Francia).
La maggior parte delle pagine può essere databile tra il 1478 e il 1518.

Codice Atlantico
Conservato a Milano presso la Biblioteca Ambrosiana, il Codice Atlantico raccoglie disegni, per buona parte databili tra il 1478 e il 1518.
Vi sono trattati argomenti assai vari: studi di matematica, geometria, astronomia, botanica, zoologia, arti militari. Oggi si presenta riordinato in dodici volumi rilegati in pelle, formati da 1119 fogli di supporto formato 65×44 cm, che raccolgono carte di diversa dimensione.
Il nome Codice Atlantico deriva dal fatto che in origine tutte le carte erano raccolte in un unico volume di grande formato (quello degli atlanti appunto).

Codice Trivulziano
Il Codice Trivulziano è conservato presso la Biblioteca Trivulziana del castello Sforzesco di Milano ed è costituito da un fascicolo composto da 55 carte (20.5×14 cm) rispetto alle 62 originarie.
Oltre a studi di architettura militare e religiosa, sono presenti numerose pagine sugli studi da autodidatta di Leonardo finalizzati a migliorare la sua formazione letteraria.
La maggior parte delle pagine può essere databile tra il 1487e il 1490.

Codice sul volo degli uccelli
Questo codice al volo degli uccelli si trova presso la Biblioteca Reale di Torino ed è composto da 17 pagine (21×15 cm) rispetto alle 18, databili intorno al 1505.
Tratta principalmente del volo degli uccelli che Leonardo analizza con un rigoroso approccio meccanico, così come studia la funzione dell’ala, la resistenza dell’aria, i venti e le correnti.

Codice Ashburnham
Convenzionalmente identificati con due numeri: 2037 l’ex codice B e 2038 l’ex codice A, sono conservati a Parigi, presso l’Istituto di Francia; si tratta di due manoscritti cartacei (dimensione 24×19 cm), rilegati in cartone.
In origine facevano parte del manoscritto A da cui sono stati strappati alla metà dell’Ottocento da Guglielmo Libri.
Raccolgono principalmente studi pittorici (Ash. 2038) e studi diversi (Ash. 2037), che Leonardo, con ogni probabilità, eseguì tra il 1489 e il 1492.

Codici dell’Istituto di Francia
Sono conservati a Parigi, presso l’Istituto di Francia, e costituiti da dodici manoscritti cartacei, alcuni rilegati in pergamena, altri in pelle, altri ancora in cartone. Hanno diverse misure, il più piccolo è il codice M (10×7 cm), il più grande è il codice C (31.5×22 cm).
Per convenzione sono denominati ciascuno con una lettera dell’alfabeto, dalla A alla M, per un totale di 964 fogli.
Vari gli argomenti trattati: arte militare, ottica, geometria, volo degli uccelli, idraulica.
La maggior parte delle pagine sono databili presumibilmente tra il 1492 e il 1516.

Codici Forster
Conservati a Londra, presso il Victoria and Albert Museum. Sono tre manoscritti cartacei, rilegati in pergamena, e denominati Forster I (14.5×10 cm), Forster II (19.5×7 cm), Forster III (9×6 cm).
Raccolgono studi di geometria, pesi e macchine idrauliche elaborati da Leonardo in diversi periodi tra il 1493 e il 1505.

Codice Leicester
ex Codice Hammer

Acquistato nel 1994 da Bill Gates, è un manoscritto cartaceo, rilegato in pelle e composto da 36 fogli dalle dimensioni di 29×22 cm, dedicati in prevalenza a studi di idraulica e moti dell’acqua (1504-1506).
Sono presenti anche studi di astronomia.

Fogli di Windsor
Sono conservati presso il castello Reale di Windsor (Royal Collection) e comprendono circa 600 disegni, non rilegati e di differente formato.
Contengono studi di anatomia e di geografia, studi di cavalli, disegni, caricature nonchè un gruppo di carte geografiche.
Appartengono a diversi periodi della vita di Leonardo, compresi tra il 1478 e il 1518 circa.

Codici di Madrid
Conservati presso la Biblioteca Nazionale di Madrid, dove furono riscoperti solo nel 1966, sono due manoscritti cartacei rilegati in marocchino rosso. Al fine di una rapida identificazione sono stati denominati “Madrid I” e “Madrid II”
La maggior parte delle pagine del Codice Madrid I che comprende 192 fogli (formato 21×15 cm) e raccoglie principalmente studi di meccanica, è databile tra il 1490 e il 1496, mentre quello del Madrid II, comprendente 157 fogli (formato 21×15 cm) sono dedicate a studi geometrici, e risultano databili tra il 1503 e il 1505.

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